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Antonio di Gennaro è un agronomo che ama la sua terra, e la studia, ne analizza le trasformazioni cercando di mettere in risalto il pericolo di un percorso che la sta portando verso il baratro. Come racconta egli stesso studia “ i suoli, le terre. Osservando il modo in cui sono utilizzati, cerco di immaginare gli uomini che vi abitano, la vita che fanno, le cose in cui credono, la loro società, insomma ”. |
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E nel libro “ La terra lasciata ” - edito da Clean - traccia il profilo di questa Campania , un tempo felix e che ora ha perso buona parte del suo paesaggio agrario, sottratto dalla speculazione selvaggia, dalle discariche occultate da traffici illeciti della camorra.
La prefazione è dell´ urbanista Edoardo Salzano che non può far altro che annotare che “ se pensiamo all'agro campano lo vediamo come un territorio sconvolto prima dall'esplosione edilizia, e, poi, occupato negli spazi residui, dalla spazzature del nord e del sud. E' davvero difficile per noi immaginare che cos'era prima della devastazione. Ci aiuta un innamorato di questa terra (e della terra in generale) l'autore di questo libretto ”.
E infatti di Gennaro, nelle pagine del libro ci porta per mano, e quasi in punta di piedi ci fa comprendere come e perché è cambiata la Campania, una volta verde e orograficamente intatta.
I frammenti partono dalle note di viaggio di Goethe (“ Vento da nord ”) fino ad arrivare a Gomorra . Un percorso storico che racconta un paesaggio che un po' alla volta viene stravolto, sconvolto, spietatamente violentato.
Fa quasi tenerezza rileggere Goethe quando parla di “ una bella campagna tutto in piano...il terreno è meravigliosamente pulito, friabile ed egregiamente ordinato... ”. E' una Campania che incanta il grande tedesco, così come “il visitatore generale ”, Giuseppe Maria Galanti che ebbe nel 1790 l'incarico da re Ferdinando di perlustrare il regno con l'incarico di descrivere terre, popolazioni, risorse.
Il quadro che ne traccia è idilliaco: “ Il paese tra Capua e Napoli anche oggidì presenta una terra della maggiore fertilità che si possa immaginare. Questa è anche la porzione più nobile e più ferace di tutto il regno. La regione generalmente è piena di piante fruttifere...”.
Poi, il grande salto nel vuoto: “...dal 1860 al 1960 la popolazione della Campania progressivamente raddoppia – scrive di Gennaro - e la città si adegua, passando da 10.000 a 20.000 ettari...le città della Campania quintuplicano in soli quarant'anni, toccando i 100.000 ettari nel 2000....”.
Ecco l´espansione a macchia d´olio denunciata nel ‘56 da Antonio Cederna nel suo libro " I vandali in casa " - quando il territorio urbano si è allargato oltre Pianura, Soccavo, le colline di Vomero, Posillipo e Capodimonte - si saldano un centinaio di nuclei urbani - scrive di Gennaro - e in poco tempo si crea un´unica conurbazione da Caserta fino alla Piana del Sele.
L'autore non può non ricordare la grande figura di Manlio Rossi-Doria che ha studiato il territorio campano e introdotto il concetto di green-belt, cioè le cinture verdi intorno alle città. Quelle stesse che altrove in Italia salvano la collina fiorentina e quella bolognese, e che in Campania hanno avuto tutta un'altra storia.
Perché nella maggior parte degli “ urbanisti ” passa il concetto di “ aree bianche ”, cioè gli spazi agricoli inseriti nei pochi piani regolatori di cui la Campania riesce a dotarsi, e che sono in “attesa” di essere occupati da volumi
di cemento.
Perché le " aree bianche " non sono altro che zone vuote che attendono di “ essere devastate ”, quando invece dovrebbero essere "ecosistemi funzionali" . Ma sono in “ attesa di destinazione; e proprio così le chiamano in gergo i costruttori, gli intermediari, i geometri, i capomastri, i componenti insomma dell'esercito addetto alla incessante trasformazione del suolo italiano”.
Arrivano gli anni Ottanta e le “ inchieste della magistratura accertano l'esistenza di traffici illeciti di rifiuti industriali dal nord Italia... ”.
E così i Casalesi ci piazzano le loro discariche. Sparisce lo spazio agricolo tra città e campagna.
Sorgono megacentri commerciali, non-luoghi, le nuove “cattedrali ” nel deserto. E così si costruiscono “interporti, ipermercati, outlet, multisale, parchi a tema, insomma tutto il repertorio di nonluoghi, secondo la definizione di Marc Augé, comprese le massicce infrastrutture autostradali necessarie a collegarli”.
Gli “ accordi di programma ” che servono a derogare alle norme vigenti in base a un preminente interesse pubblico, prendono il sopravvento. In un'ottica di “interessi” che ha poco di collettivo e molto di privato.
Antonio di Gennaro in questo bel libro riesce in un modo sapiente a descrivere e far capire anche ai non addetti ai lavoro, cosa è accaduto al territorio della Campania durante questi anni. Un libro da custodire e da rileggere ogni volta che il “ presente ” non si riesce a interpretare e si cerca disperatamente una speranza.
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