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a Gomorra, cioè dal Settecento che la scoprì e la presentò al mondo alle geografie devastate dai Casalesi che hanno trasformato i campi coltivati in discariche occultate. Come e perché è cambiata, quella parte di Campania una volta verde e orograficamente intatta. Vezio De Lucia, Daniela Giampaola, Gilberto Marselli e Stefano Mazzoleni presenteranno "La terra lasciata" alle 18 nella libreria Feltrinelli di via San Tommaso d´Aquino, 70.
Il volume contiene una serie di frammenti messi in fila, dalla mattina in cui Di Gennaro, agronomo, viene chiamato da Daniela Giampaola, responsabile per la Soprintendenza Archeologica dei cantieri della metropolitana. Vuole mostrare all´esperto di territorio quello che è venuto alla luce in via Diaz. Qui a Di Gennaro appare «l´atto costitutivo della Campania felix», i segni dell´aratro di quattromila anni prima.
Il viaggiatore del Grand Tour del 1787 che incontriamo nel capitolo successivo neppure c´è bisogno di nominarlo, è Goethe, di cui Di Gennaro riporta in poche righe la descrizione di «una bella campagna tutta in piano»: dopo Capua, ecco la Campania felix che incanta il grande tedesco, un racconto che ha valore di storia: «Bisogna essere qui per comprendere come l´uomo ha potuto concepire l´idea di coltivare il suolo». Tre anni dopo Giuseppe Maria Galanti è esploratore ufficiale del regno per conto del re Ferdinando: il racconto di Galanti assomiglia ai sussidiari di geografia delle scuole elementari, con aggettivi come «feracissimo», fertilissimo, e l´elenco dei prodotti della terra, infinito: «grano, canapa e lino, frutti di ogni sorta, cocomeri, ogni generazione di erbe e di fiori».
Poi, dopo l´espansione a macchia d´olio denunciata nel ?56 da Antonio Cederna nel suo libro "I vandali in casa" - quando il territorio urbano, si è allargato oltre Pianura, Soccavo, le colline di Vomero, Posillipo e Capodimonte - si saldano un centinaio di nuclei urbani, dice Di Gennaro, e in pochi decenni si crea un´unica conurbazione da Caserta fino alla Piana del Sele. Manlio Rossi-Doria misura palmo a palmo, camminando a piedi, il territorio campano e introduce il concetto di green-belt, le cinture verdi intorno alle città, quelle stesse che altrove in Italia salvano aree campestri, boschi e giardini di primaria importanza per la sopravvivenza del paesaggio. Ma nei pochi piani regolatori di cui la Campania riesce a dotarsi, gli spazi agricoli sono significativamente definiti "aree bianche", zone vuote che attendono un destino, quando invece dovrebbero essere "ecosistemi funzionali", "di supporto per la vita".
La camorra fa prima, a riempire tutti gli spazi che qualcuno provvede a lasciarle "vuoti". I Casalesi ci piazzano le loro discariche. È la dèbacle definitiva per i suoli: banalizzando, non c´è più agricoltura, ma invece interpretando storicamente sparisce lo scambio tra città e campagna. Sorgono megacentri commerciali, non-luoghi, come nei saggi del filosofo Marc Augé. È dovuto proprio a questa cancellazione, il senso di smarrimento che prova chi si muove nella zona Flegrea, da Pozzuoli a Capo Miseno via mare, e nell´interno fino a Mondragone, ma anche alle falde del Vesuvio, una volta saldate a Napoli non da palazzoni ma da razionalissimi coltivi.
La soluzione allo scempio definitivo è rivedere in chiave di «memoria e lungimiranza», come ipotizza l´urbanista Edoardo Salzano nella prefazione. «Tornare alla cura di orti frutteti e giardini, stipulando con gli agricoltori vecchi e nuovi un patto di cittadinanza». Così scrive l´autore del piccolo libro che lascia grandi speranze per un futuro al momento impossibile da intravedere.
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